Bankitalia svuota il sacco, perché saremo derubati – Libero Quotidiano


Michele Zaccardi

Una volta che il clamore delle celebrazioni si è calmato, le caratteristiche dell’accordo notturno dell’UE iniziano ad apparire un po’ meglio. E quello che sembrava un potente pugno lanciato Vladimir Putin ora sembra più un cigolio sonoro. Per carità, aver raggiunto un accordo sul sesto pacchetto di sanzioni dopo più di un mese di trattative ha sicuramente permesso a Bruxelles di uscire dal ridicolo terreno in cui si stava pericolosamente avventurando. Ma è difficile dire che il patto firmato dal Consiglio europeo faccia venire l’acquolina in bocca, con buona pace di Mario Draghi, che lo ha definito “un grande successo”. Per ottenere il risultato, l’Ue si è infilata in un groviglio di deroghe, eccezioni e ritardi per rendere quasi incomprensibile ciò che accadrà nei prossimi mesi. Di sicuro oggi non accadrà nulla. Dimentica quelle “immediate” e quelle “ferma al 90% del petrolio russo” con cui gli euroburocrati hanno bloccato i loro profili twitter durante la notte.

BLOCCO DAL MARE La parte più grave dell’accordo, quella che impone il blocco delle importazioni via mare di tutto il greggio russo (due terzi di quello che arriva in Ue), partirà tra 8 mesi (anche se c’è anche chi ne dice 6). Ma non per tutti. La Bulgaria, infatti, potrà mantenere la calma fino al 2024. Ungheria, Slovacchia, Repubblica Ceca, rifornite da oleodotto, saranno invece temporaneamente esonerate dal rispetto delle sanzioni. Tuttavia molto non si sa. Avremo bisogno di ulteriori negoziati. Poi ci sono Germania e Polonia. Anche loro bevono all’oleodotto (il ramo Nord), ma non avranno eccezioni: entrambi si sono impegnati a chiudere i rubinetti entro la fine dell’anno. E non è tutto, perché l’accordo per ora ha solo i titoli.

Lo sviluppo, i dettagli e l’approvazione finale sono affidati agli ambasciatori Ue che oggi, forse, scioglieranno i nodi. Ma se l’embargo, almeno per ora, è finto, l’aumento del prezzo del petrolio è purtroppo vero e, sì, immediato. L’indice di riferimento del Texas WTI, prima di scendere leggermente in serata, è balzato nel pomeriggio a 119,9 dollari al barile, massimo storico, addirittura superiore ai 116,4 dollari dello scorso 7 marzo, a pochi giorni dall’inizio. del conflitto. Stesso discorso per il Brent, balzato a 120,9 dollari. Le cose non vanno meglio a gas. Dopo lo stop alle forniture da Mosca anche per Olanda e Danimarca, il prezzo ad Amsterdam ha chiuso del 2,9%, a 94 euro al MWh. Prezzi che saranno un toccasana per l’inflazione, che in Europa a maggio è salita all’8,1%, ben oltre le previsioni, e in Italia fino al 6,9%, livello che non si vedeva dal 1986. Numeri che, in previsione dell’attuale aumento dei tassi di interesse non più rinviati, hanno nuovamente infiammato i rendimenti dei titoli di Stato, con i BTP al 3,13% e uno spred appena sotto la soglia dei 200 punti. Draghi ieri in conferenza stampa si è detto soddisfatto, non solo per l’accordo, ma soprattutto perché nel testo del Consiglio europeo è apparsa la frase price cap (il famoso tetto del prezzo del gas). Un riferimento generico che difficilmente produrrà qualcosa di concreto, ma è così. Alla domanda su cosa accadrà al debito italiano, visto che continua a promettere aiuti a famiglie e imprese, ha risposto: “Spero di stare ancora bene e di trovare i soldi in bilancio, senza deviazioni”. Mentre l’Italia e la sua economia si aggrappano alle capacità contabili dell’ex numero uno della BCE, resta da vedere quanto sarà efficace questo schiaffo differito allo zar. Secondo i calcoli di Bloomberg, con il blocco del 90% del petrolio, la Russia potrebbe perdere addirittura 22 miliardi di ricavi, 10 miliardi dal greggio via mare e 12 da quello a Polonia e Germania. Ma 6 entrerebbe attraverso il blocco esente.

NESSUNA PERDITA I calcoli, ovviamente, alla fine verranno fatti. Ma le stime di Kirill Melnikov, capo del Russian Energy Development Center, non fanno ben sperare. Secondo Melnikov, se il prezzo del petrolio Brent aumentasse di 15 dollari al barile e il prezzo degli Urali rimanesse allo stesso livello, le perdite delle compagnie russe aumenterebbero di circa 3 miliardi di dollari. Ma in caso di congiuntura negativa potrebbero ben superare i 10 miliardi. Un buon tiro? Non proprio. Se sposti tutti i volumi in Asia e i prezzi salgono più del previsto, ha osservato il tecnico, “potrebbero non esserci nemmeno perdite”. Tuttavia, ci saranno perdite con noi. E non solo per gli effetti devastanti dell’inflazione sulla crescita e sul potere d’acquisto delle famiglie, ma anche per le ripercussioni dirette sulle imprese di raffinazione. Infatti l’unico greggio che arriva a Priolo è quello russo via mare. Secondo il governatore della Sicilia, Nello Musumeci, l’embargo rischia di bruciare fino a 5mila posti di lavoro e l’isola perderebbe un punto di Pil, ovvero un miliardo di euro. Il ministero dello Sviluppo si è già detto pronto a dichiarare un’area di crisi complessa. Insomma, prima ancora di assestare il colpo, l’Italia ha già ricevuto quello di ritorno. Uno dei due: o Draghi, invece di celebrare gli accordi fasulli, costringe Bruxelles a replicare l’esperienza della Next Generation EU o ci saranno guai. Come lui stesso ha affermato, “i bilanci nazionali non bastano” per gestire la tempesta in arrivo.

Leave a Reply

Your email address will not be published.