Cruise è la J.Lo dei ragazzi: ha gli stessi addominali e gli stessi denti che aveva a 25 anni

La prima cosa che ho fatto, uscendo dal cinema dove avevo visto “Top Gun: Maverick”, è stata scrivere al mio critico culturale di riferimento chiedendogli come fosse possibile che nessuno avesse detto che fosse il film più movimentato dai tempi di “Point Break” . Mi sono tranquillizzato: l’avevano scritto cani e maiali, mi mancava perché leggo solo io.

Il mio critico culturale di riferimento era seduto accanto a me quattro anni fa all’Anteo, quando ho capito tante cose. Hanno proiettato per la stampa l’ultima “Mission: Impossible”, sono stato rapito dalla lunga scena dell’inseguimento in moto a Parigi, quello al termine del quale Tom Cruise salta su un motoscafo che passa sotto la strada su cui sembra si è appena ribaltato ma evidentemente si è dovuto rotolare proprio lì per buttarsi sottoterra nel posto giusto (se siete come me, a questo punto avrete già smesso di leggere per correre a vederlo di nuovo; se posso esservi utile: “Mission: Impossible – Fallout” è su Prime; ‘e di cosa).

Il mio critico culturale di riferimento mi fissava con stupore come io fissavo lo schermo in estasi: ma da quando sei in caccia. Già, da quando? È la menopausa? Mi piace solo vedere i soldi sullo schermo, e quanto gli è costato bloccare metà di Parigi per girare ‘questa roba? O è che Tom Cruise sa essere una star del cinema e ora quasi tutti gli altri non lo sanno?

“Maverick” è una specie di miracolo: il film su cui tutti sono d’accordo. Non c’è nessuno che sia tornato da Cannes non mi abbia raccontato meraviglie, e in America sta facendo incassi senza precedenti, non solo come cifre assolute ma come curva (tra il primo e il secondo weekend il botteghino generalmente cade piatto; “Maverick” ha aumentato il numero delle sale). Sarà perché è Tom Cruise, l’ultima star del cinema, che non ha ceduto allo streaming e illumina lo schermo con quel sorriso? Sarà perché, dopo anni senza farlo, anche andando a il cinema può sembrare un attraente diversivo o è per nostalgia canaglia?

Quando uscì “Top Gun” ero al primo anno di liceo e non sapevo niente. Non sapevo che il “Sapore del mare” che avevo visto qualche anno prima giocasse sulla nostalgia degli anni Sessanta che negli anni Ottanta non si poteva avere. Non sapevo che gli “Happy Days” che avevo visto alle elementari si basavano sul fatto che negli anni ’70 il pubblico aveva nostalgia degli anni ’50. Non sapevo nemmeno di far parte della generazione che avrebbe perfezionato quel meccanismo: quella che avrebbe inventato “La mia anima”.

Non sapevo nulla di nostalgia, sebbene avessi squarciato quella celeste di Cocciante nell’ultima scena di “Sapore di mare”. E infatti non mi importava quando, poche settimane dopo “Top Gun”, uscì un altro film con Tom Cruise, seguito dello “Spaccone”, “Il colore dei soldi”. Ora, se una quattordicenne mi dicesse cosa le interessa del sequel di “Top Gun”, la manderei in un collegio militare.

Ho capito che “Maverick” era il capolavoro che tutti mi avevano annunciato al minuto uno, che è identico al primo minuto dell’ormai splendido “Top Gun” trentaseienne: la portaerei, e a tutto volume” Danger Zone” (la musicassetta con la colonna sonora di “Top Gun” l’ho consumata). È lo stesso senza sembrare forzato, e questa roba qui poteva essere fatta solo da Tom Cruise, la Jennifer Lopez dei ragazzi: uno per cui il tempo non passa.

Forse avrei semplicemente messo a capo dell’accademia un altro attore che non sopporta “Maverick”, per quel problema della serie televisiva che ti attacca un personaggio che poi non esci più: Jon Hamm che scopa Tom Cruise e ti chiedi cosa ci fa Don Draper alla Navy Academy.
Ma per il resto è un film perfetto, ho persino pianto due volte; uno non è valido perché è quando mostrano le immagini del primo film, la morte di Goose, per didascalia ai pesci rossi senza memoria che abitano questo secolo quanto Maverick lo abbia amato e quanto sia terrorizzato di trovare morto anche suo figlio, che è uno dei piloti che dovrebbe mandare in missione semi-suicida.

La seconda volta che ho pianto quando tutto è finito bene – non ditemi che vi rovinerò la sorpresa: credevate davvero che il seguito di “Top Gun” non avesse un lieto fine? – e il figlio del morto gli si avvicina dicendogli «Signore», e Tom Cruise risponde schiacciandolo in un abbraccio che scioglie finalmente la tensione erotica con cui quei due ci tormentavano da due ore.

E poi, sì, bisogna citare la scena del calcio in spiaggia, quei dorsali e bicipiti unti senza utilità narrativa ma indispensabili nel film più movimentato del secolo (le due pilota donne che si mettono in gruppo per non essere chiamate “tutti maschi” in quella scena sono in penombra: siamo qui per fare qualche soft-core per maschi omoaffettivi, fatti da parte con quei bikini). Se una telecamera si soffermasse così compiaciuta sui corpi femminili seminudi in un film per famiglie di questo decennio, ci sarebbero interrogazioni parlamentari o giù di lì.

Ma soprattutto, quello che sappiamo di Tom conta. Essendo una delle ultime star, Cruise è perfettamente consapevole che le cose che sappiamo di lui nella vita influenzano la nostra percezione di lui sullo schermo. Ma quale di queste cose? Non Scientology, dai, non importa più a nessuno: ecco tutto, ci sono persone la cui religione è dire che gli uomini possono rimanere incinti e le donne hanno il cazzo, non ci arrabbiamo perché Cruise crede in una religione che batte né più né meno di quanto lo fossero le religioni prima del postmodernismo.

E anche la sua strana vita amorosa con allegate leggende non ci turba, no. A nessuno importa più nemmeno che sia basso: non importa nemmeno a lui, che gira anche scene in cui Jennifer Connelly si alza in piedi e lui è accovacciato sulla bici; Sono lontani i giorni in cui Kelly McGillis doveva appoggiarsi al lavandino in modo che lui, in piedi, sembrasse più alto di lei. È Tom Cruise, ha sessant’anni e ha gli stessi addominali e denti che aveva a venticinque: che complesso vuoi che abbia?

La cosa che conta per noi di quello che sappiamo su Tom, la cosa più importante che abbiamo imparato negli ultimi anni, è che lascia le controfigure disoccupate. Fa le scene d’azione da solo, corre ogni volta un rischio assurdo, si rompe la caviglia saltando da un tetto all’altro e deve smettere di girare, i registi sudano freddo quando finge di scalare davvero una montagna come il personaggio di lui nella sceneggiatura.

Quindi, quando vediamo le scene in cui i piloti salgono a un angolo impossibile con una pressione in faccia che li fa svenire, sappiamo che Tom l’ha fatto davvero, quella faccia schiacciata dalla gravità non è un trucco.

Ho visto “Maverick” in un cinema vicino al Dams, a Bologna. Pensavo fosse un gesto situazionista: dai, andiamo a vedere il grande film sui popcorn nella tana del furbo. Quando me ne sono andato, speravo che non lo proiettassero in quella stanza per caso, che lo studiassero: è il testo attraverso il quale capirlo, se il mondo ti abitua alla finzione e alla vita vivi Instagram, poi se uno sa essere una star del cinema si adatta. Mi chiamo Tom Cruise, faccio finta di essere un pilota della Marina, ma lo faccio davvero: vieni a vedere come, nessun filtro.

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