«Quando Montezemolo ed io siamo rimasti senza soldi a Cortina. Steven Spielberg ci temeva »- Corriere.it

da Giovanna Cavalli

Lo sceneggiatore: “È difficile andare avanti senza mio fratello. Sordo era il più grande amico di famiglia, al funerale di papà è stato straziante vederlo piangere. Amo Verdone, mi dispiace non aver fatto un film con lui”

“Ho tre foto di me da bambino sulla scrivania. Uno con Totò, serio, impermeabile e cappello, che mi tiene per mano, dovevo avere due anni e mezzo. In un altro sono tra le braccia di Aldo Fabrizi vestito da guardia, noi in famiglia siamo tutti magri, era così grosso che un po’ mi spaventava anche».

E il terzo?

“Il più famoso, c’è io e Carlo in salopette, in mezzo Alberto Sordi con il cappello da cowboy, sul set di Un americano a Roma“, racconta Enrico Vanzina73 anni, scrittore (12 libri, il primo era
Le finte bionde
nel 1986, l’ultimo è
Diario del giorno2011-2021
per HarperCollins: “Una storia d’Italia e di italiani, di come sono cambiati: più cattivi, più tristi, rassegnati al presente”), sceneggiatore, regista e produttore di oltre 120 film, da solo o in coppia con l’amato fratello Carloè deceduto nel 2018 – re indiscusso della commedia italiana degli ultimi 45 anni e spezzata, peraltro figli di un mostro sacro come Steno (Stefano Vanzina), regista, sceneggiatore, fumettista e soprattutto Gran Maestro degli anni d’oro del cinema italiano più spensierato, da dal dopoguerra in poi. «Sono nato al cinema, per me era normale, così facevano gli amici di mio padre, ci amavamo tutti, come in una grande famiglia. Così accadde che uno impegnato come Michelangelo Antonioni andasse tranquillamente a cena con mio padre che girava commedie. E con cosa inoltre Guardie e ladri nel 1952 vinse il Festival di Cannes, del resto lui e Mario Monicelli scrissero la sceneggiatura con Ennio Flaiano e Vitaliano Brancati».

Totò era un vicino.

«Abitava a pochi passi da casa nostra, in via dei Monti Parioli – ma io sono nato in piazza di Spagna – dove il nostro vicino di casa era Mario Camerini. Nella sua vita è stato il principe De Curtis, che ha guidato la Cadillac con le tende. Papà era il regista di Totò per eccellenza. Si capivano, si piacevano. Un giorno sul set di
Totò diabolico
(1962) Lo vidi arrivare ancora vestito da donna. «Ah, quanto mi piace fare Totò», esclamò».

Albertone praticamente uno zio.

«Il più grande amico di famiglia. Ci ha mandato una cartolina da Kansas City. “La malattia mi ha fermato”. L’ultimo ricordo che ho di lui è del giorno in cui è morto. Ero in macchina, uscivo da Roma, tornavo. Davanti alla villa di Sordi era pieno di gente, di macchine fotografiche. Io suonai. Mi ha aperto sua sorella. “Vieni, vieni con me, Alberto ti ha voluto tanto bene, voglio farti un bel regalo”. Mi ha portato in una stanza. Eccolo sdraiato sul letto, cereo. Volevo scappare, mi ha fatto impressione. Ma è tornata da me quando ha scherzato così: “Non ho paura della morte, gli ho già parlato lassù, ho prenotato una suite in Paradiso” e sono riuscita a sorridere. Al funerale di mio padre, invece, nella chiesa di San Lorenzo in Lucina, ho visto Alberto piangere amaramente, nascosto dietro una colonna, straziante».

Ma quella sera con Renato Pozzetto…

«Io e Carlo avevamo appena girato con lui Luna di miele per tre e Pozzetto desiderava conoscere Sordi. Li abbiamo invitati a cena. Renato arrivò per primo, ansioso. Alberto era accompagnato da Piero Piccioni. Gli abbiamo presentato l’ospite. Lo guardò ridere di cuore come solo lui rideva. “Ma chi sei, caro? Sei Cochi o sei Renato?” Nei film era proprio come nella vita. Un giorno Andy Warhol gli chiese come facesse a cambiare sempre personaggio. “Una volta ho un cappello da poliziotto, una volta un cappello da pompiere o un cappello da cowboy, ma sotto ci sono sempre io”».

Per voi bambini sarà stato un vero spasso.

«Ci ​​siamo divertiti tanto con Walter Chiari che ci ha fatto correre, per Raimondo Vianello avevamo una passione totale, ma quello che ho amato di più è stato Paolo Panelli. A Castiglioncello, dove siamo andati in vacanza grazie a Suso Cecchi D’Amico, noi, Sordi, Vittorio Gassman – con cui ho giocato a tennis – è stato il re assoluto delle scenette, con Mastroianni a sostenerlo».

Gloria Swanson ti ha dato bastoni ed elmi degli antichi romani.

“Si era trasformato
Mio figlio Nerone
con Sordi, Vittorio De Sica e Brigitte Bardot che fece Poppea. Papà disse a mio fratello: “Grazie alla signora Swanson”, ma rimase muto. “Dai, dì grazie.” Silenzio. Poi Carlo lo tirò per un braccio. “Ma io volevo il Bardot”, protestò. Avevi già un occhio per le belle donne. ‘

Due predestinati, era scritto.

«Mamma Maria Teresa, figlia di un ferroviere, era bella, ma non le interessava il cinema. Ci ha mandato al liceo francese di Chateaubriand, il più esclusivo. Ha sognato noi ambasciatori, ci siamo ritrovati a Manziana a girare con Lando Buzzanca».

E in vacanza con Luca Cordero di Montezemolo, a Cortina.
«Presto abbiamo finito i soldi ed è stato utile studiare pianoforte, visto che mi ero innamorato di un dj al King’s. Ho proposto al proprietario. Così, dall’una alle due del mattino, giocavo Gino Paoli, Luigi Tenco, bastava la paga per sostenermi».

Il primo copione.

“In realtà sono due. avevo appena scritto
Luna di miele per tre
Ad Alberto Lattuada è piaciuto molto, mi ha chiesto di scriverlo
Oh Serafina!
insieme a Giuseppe Berto. Un’occasione incredibile, in ritiro a Capo Vaticano con lui, avevo 25 anni».

Nel 1976 il Febbre del cavallo con Proietti/Mandragora e Montesano/Er Pomata.
«Da bambino andavo in pista, ero un grande giocatore, fu Camerini a portarmi alle Capannelle quando avevo 14 anni, poi ho continuato ad andare a correre con la famiglia Giubilo. Ero un esperto. Per Proietti ho scritto l’ultimo pezzo, quello del processo davanti al giudice Adolfo Celi. Ricordo bene il giorno in cui girammo la famosa scena del “fischio maschile senza raschiare” in Largo Augusto Imperatore. Gigi è stato un grande amico, insieme abbiamo fatto dei viaggi meravigliosi, quando è morto ho sentito un dolore fortissimo».

Quella volta …

«…eravamo in vacanza a New York, una sera siamo andati all’Apollo Theatre di Harlem per ascoltare Ray Charles, doveva essere il 1970. Ad un certo punto ci siamo accorti che eravamo gli unici bianchi, tutti si voltavano . Proietti mi ha guardato con un sorriso come Mandrake: “Non so voi, ma lo sto facendo sotto”».

Il film del cuore, il tuo?
“Direi
Sapore di mare
1983. Per il produttore Claudio Bonivento avevamo appena fatto io fichissimi con Diego Abatantuono e Jerry Calà, che erano andati molto bene. Glielo abbiamo proposto, ha accettato, è stato coraggioso. Un film molto personale, autobiografico, raccontato delle nostre estati a Castiglioncello. Quell’anno il David avrebbe dovuto essere assegnato a noi, ma in fondo, per quanto fosse amato, è come se lo avessimo vinto. Sono molto legato a Il cielo in una stanza, con Elio Germano, simpatico, sentimentale. E io considero pranzo domenicale l’ultima vera commedia italiana».

Incassi stellari.

«Ho calcolato che i nostri film, nel complesso, hanno guadagnato sei o settecento milioni di euro, noi no eh. Una volta Richard Fox della Warner, con cui abbiamo fatto nel 2002 La Mandrakata, mi raccontò quello che gli aveva detto Steven Spielberg: “In Italia non fare mai uscire un film insieme a quello della Vanzina”. Mi sarebbe piaciuto correre a genuflettermi davanti a lui».

Hai mai litigato con Carlo per un film?

«No, perché avevamo ruoli diversi, scrivevo di più e non andavo molto sul set. Inoltre, di solito la pensavo come lui e lui come me. “

Lo ha sempre protetto.

«Ero il più alto, il più anziano, l’unica volta in vita mia che ho combattuto allo stadio è stato per difenderlo. Il mio dolore più grande è non essere riuscito a tenerlo al sicuro da malattie e sofferenze, ero convinto che sarei andato per primo. Continuare da solo è difficile, ma non posso mollare. Come nel menù di un ristorante c’è la specialità della casa, al cinema Vanzina c’è il racconto della vita attraverso i nostri occhi, ora solo i miei. E penso: come l’avrebbe fatto Carlo? Come avrebbe girato papà? Sono sempre e comunque qui con me».


Carlo Verdone, un altro caro amico.


“Ci siamo incontrati tardi, ma c’è una meravigliosa amicizia tra noi. Il mio unico rimpianto è di non aver mai fatto un film con lui».

Sì, perché no?
«Perché Carlo Verdone fa film con Carlo Verdone. Ma spero che ci riusciremo, prima di diventare completamente stupidi».

E poi c’è Cristiano De Sica.


“I Vanzina e la famiglia De Sica sono sempre stati molto legati, papà aveva un affetto infinito per Vittorio e viceversa, tanto che quando è morto – e per un corto circuito burocratico non siamo riusciti a seppellirlo dove aveva diritto – per qualche tempo è stato ospitato nella loro cappella di famiglia. Ci piace immaginarli insieme in Paradiso, seduti al bar e circondati da ballerini degli anni ’40. Christian è un grande talento, ho per lui una passione sfrenata come cantante».

Voi tre in viaggio a Venezia.

«Primi anni Ottanta. Io, Christian, Carlo e le nostre rispettive mogli partiamo, rimaniamo all’hotel Excelsior. Io e Carlo scendiamo a prendere i lettini, il bagnino ci viene incontro e ci dice di aver conosciuto tanti attori famosi prima di noi, Sordi, Gassman, Monica Vitti. “Eh, ma tu sapevi che tirchiacci, non lasciavano mai una mancia, quante maledizioni gli mandavo”. Da quel momento abbiamo speso una fortuna in mance, perché non si sa mai…».

I critici hanno storto il naso.

“All’inizio ci trattavano molto bene, poi il nostro successo ha attirato un pregiudizio ideologico. Si parlava degli anni Ottanta come nessuno, dell’epoca di Craxi, Thatcher, Berlusconi con le sue tv, ci accusavano di essere i loro cantanti, invece si prendeva in giro un certo mondo, il Milan da bere Yuppies e la cafona Roma di
vacanze di Natale
. Adesso c’è la fase del culto esagerato, terrificante… il bello è che spesso ti permette di non pagare al bar».

3 giugno 2022 (modifica 3 giugno 2022 | 07:13)

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